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15/02/2012 - CORONAROGRAFIA SUBITO DOPO ARRESTO CARDIACO: SCELTA GIUSTA? JA Strote et al. Comparison of Role of Early (Less Than Six Hours) to Later (More Than Six Hours) or No Cardiac Catheterization After Resuscitation From Out-of-Hospital Cardiac Arrest. Am J Cardiol 2012; 109:451-454
Una problematica molto discussa, che interessa sia cardiologi che rianimatori, è l’indicazione ad una angiografia coronarica d’urgenza in pazienti con arresto cardiaco (ACC) extraospedaliero. In una popolazione di 240 pazienti afferenti al Seattle Medical Center per fibrillazione/tachicardia ventricolare resuscitata (FVr/TVr) valutata retrospettivamente, Stote e colleghi hanno valutato l’impatto prognostico di un approccio coronarografico precoce (< 6 ore, n=61) versus posticipato (> 6 ore, n=179) o nullo. Una maggior sopravvivenza intraospedaliera è stata documentata nel gruppo trattato d’urgenza rispetto al tardivo (72% vs 49%, p=0.001), così come l’incidenza di angioplastica percutanea (PCI) è risultata significativamente maggiore in caso di approccio acuto versus attendista (62% vs 7%, p<0.0001). Dall’analisi statistica, le variabili indipendentemente correlate ad una maggior probabilità di coronarografia d’urgenza erano: sesso femminile, anamnesi positiva per pregressa PCI o stroke, sopraslivellamento del tratto ST all’ECG ed accesso diurno in ospedale. Pur con gli evidenti limiti di un’analisi retrospettiva, gli autori di questo lavoro promuovono un atteggiamento interventista in caso di ACC extraospedaliero resuscitato. Si rende pur tuttavia necessario un trial randomizzato in acuto per avere delle evidenze piu’oggettive e uniformemente condivisibili.
E.D’Elia
15/02/2012 - IL WARFARIN È DURO A MORIRE:IL CASO DELLA GESTIONE ANTITROMBOTICA PER L’ABLAZIONE TRANSCATETERE DELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE D.Lakkireddy et al. Feasibility and Safety of Dabigatran Versus Warfarin for Periprocedural Anticoagulation in Patients Undergoing Radiofrequency Ablation for Atrial Fibrillation. J Am Coll Cardiol 2012 Epub ahead of print
Poco più di due anni fa la pubblicazione dello studio RE-LY ha aperto la strada al primo dei nuovi anticoagulanti orali, il dabigatran. La successiva pubblicazione degli studi su rivaroxaban e apixaban ha confermato l’inizio di una nuova era della terapia antitrombotica. Sappiamo però che un accurato monitoraggio della terapia anticoagulante orale, come avviene attraverso l’INR con il warfarin, permette di gestire e regolare l’intensità dell’effetto antitrombotico nelle diverse situazioni cliniche. Un esempio di ciò è rappresentato dal fatto che il mantenimento di un INR terapeutico si associa ad una riduzione degli eventi peri-procedurali nei pazienti sottoposti ad ablazione transcatetere di fibrillazione atriale. In questo studio osservazionale multicentrico è stata confrontata l’efficacia di un’anticoagulazione basata sull’assunzione di dabigatran (assunzione da almeno 30 giorni, dose di 150 mg due volte/die, ultima somministrazione la mattina della procedura) in confronto a warfarin (assunzione dal almeno 30 giorni, INR periprocedurale compreso tra 2.0 e 3.5). I due gruppi di pazienti (n=145 per gruppo) erano simili per età, sesso, tipo di fibrillazione atriale (nel 57% dei casi parossistica), dimensioni dell’atrio sinistro, frazione di eiezione e score CHADS2. Sebbene la differenza non raggiungesse la significatività statistica (p=0.25), si sono registrati 3 eventi tromboembolici nei pazienti in terapia con dabigatran, a differenza di nessun evento nei pazienti in warfarin. Allo stesso modo, i sanguinamenti maggiori erano più frequenti nei pazienti trattati on dabigatran (6 vs 1%), tra cui 9 sanguinamenti pericardici con necessità di pericardiocentesi contro solo uno del gruppo warfarin. All’analisi multivariata, infine, l’uso del dabigatran è risultato predittore indipendente di complicanze tromboemboliche o emorragiche. L’esperienza acquisita in 50 anni di gestione del warfarin non può essere facilmente sconfitta in breve tempo, il che prefigura che i nuovi anticoagulanti si affiancheranno al vecchio warfarin, piuttosto che mandarlo definitivamente in pensione. A.De Caterina
15/02/2012 - TROMBOPROFILASSI NEL MIELOMA MULTIPLO TRATTATO CON LENALIDOMIDE
A Larocca et al; Aspirin or enoxaparin thromboprophylaxis for patients with newly diagnosed multiple myeloma treated with lenalidomide. Blood. 2012 Jan 26;119(4):933-9. Epub 2011 Aug 11
La combinazione lenalidomide più desametazone si è rilevata efficace nel trattamento del mieloma multiplo (MM), ma è associata ad un aumentato rischio di tromboembolismo venoso (TEV), valutato tra il 26 e il 67 % nei pazienti con MM di nuova diagnosi (NDMM) trattati con alte dosi di steroide. Il rischio si riduce al 12% se si utilizzano basse dosi di desametazone. Le attuali linee guida raccomandano la profilassi con eparina a basso peso molecolare (EBPM) in pazienti con 2 o più fattori di rischio ulteriori per TEV e la profilassi con aspirina (ASA) negli altri casi. Tuttavia la reale efficacia dei due diversi approcci non è clinicamente stabilita. Un recente lavoro multicentrico randomizzato di fase 3 ha valutato l’efficacia e la sicurezza della profilassi con ASA 100 mg/die o enoxaparina 40 mg/die in 342 pazienti affetti da mieloma multiplo di nuova diagnosi, non precedentemente trattati e in assenza di pregressa storia di TEV, sottoposti a terapia di induzione con lenalidomide più desametazone a basse dosi. 176 pazienti sono stati randomizzati ad assumere ASA e 166 EBPM. Il periodo medio di follow-up è stato di 20 mesi e la durata media della profilassi di tre mesi e mezzo. L’incidenza di TEV è stata del 2.27% nel gruppo ASA e dell’1.2% nel gruppo EBPM, evidenziando così una bassa incidenza di TEV in entrambi i gruppi. La maggior parte degli eventi tromboembolici si è verificata nel primo mese di terapia con lenalidomide. Embolia polmonare si è osservata nell’1.7% del gruppo ASA e in nessun caso trattato con EBPM. Non sono stati rilevati trombosi arteriose, eventi cardiovascolari acuti, morte improvvisa. Limiti statistici dello studio sono rappresentati dal ridotto numero complessivo di eventi tromboembolici e dalla selezione dei pazienti che ha incluso solo soggetti a basso rischio di TEV di età < 65 anni. Inoltre non è stato possibile, per ragioni etiche, un confronto verso placebo. Gli autori concludono per una bassa incidenza di TEV nei pazienti con NDMM trattati con lenalidomide indipendentemente dalla profilassi attuata e confermano un approccio terapeutico basato sulla stratificazione del rischio di TEV, riservando l’uso di EBPM per i pazienti ad alto rischio, mentre l’utilizzo di ASA risulta altrettanto efficace e sicuro per i pazienti a rischio standard.
Piero Bassi
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